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Storie di personaggi “Randagi” – Intervista a Marco Amerighi

Con l’arrivo dell’autunno ogni sabato ad AltriMondi si servono degli AperiLibri davvero speciali.
Sorseggiando un cocktail o un calice di vino, puoi incontrare gli autori che presentano le loro opere, si raccontano e rispondono alle domande del pubblico.

Conosciamo un altro scrittore toscano, Marco Amerighi. Ha vinto il premio Bagutta Opera Prima con il suo libro d’esordio “Le nostre ore contate” e oggi viene ad AltriMondi a presentare il suo ultimo romanzo “Randagi”.

Entrambe le opere di questo autore possono definirsi dei “romanzi di formazione”, perché i giovani protagonisti si trovano a lasciare la terra d’origine e attraverso una serie di incontri, errori e viaggi, si evolvono a maturano.

Il racconto del libro coinvolge sin da subito il lettore e mostra la realtà di una generazione che affronta delusioni e ostacoli, ma è comunque pronta a rialzarsi sempre.

Amerighi ci dice qualcosa della sua carriera e del suo modo di essere scrittore:

Dopo gli studi ha cominciato a lavorare con le parole degli altri come traduttore, editor e ghostwriter. Qual è stato invece il momento in cui ha sentito il desiderio di scrivere per se stesso e per il suo pubblico? Quale delle due attività le da più “filo da torcere” tra il lavoro nelle retrovie dell’editing e quello più esposto dello scrittore?
“Ho iniziato molto tardi, attorno ai venticinque anni, mentre stavo scrivendo la mia tesi di dottorato, anche se più o meno da sempre la scrittura era un terreno in cui mi sentivo a mio agio. Passavo molto tempo in una buia e solitaria biblioteca per fare ricerca quando mi accorsi che i libri non volevo solo studiarli e scriverli. E iniziai così, con qualche racconto, lentamente. Il lavoro dell’editor e quello dello scrittore sono due facce della stessa medaglia. Lo scrittore deve inventare una storia e trovare il modo migliore per raccontarlo. L’editor deve assicurarsi che la storia non abbia perso pezzi lungo la strada.”
ll suo primo libro “Le nostre ore contate” contiene già nel titolo una tematica forte come la caducità della vita. Qual è secondo lei il modo migliore per affrontare questa consapevolezza?

“Non credo di averlo ancora scoperto. Anzi, forse scrivo proprio per sfuggire a quella domanda. Perché per me scrivere significa accompagnare i personaggi [ma anche i lettori] durante un momento della loro vita, sperando che il cammino percorso insieme sia qualcosa di unico e così emozionante da risultare indimenticabile. Un’idea folle, forse, ma anche il solo modo di fuggire la fine. 

È vero che tutti i romanzi prima o poi finiscono. Ma se ne può sempre iniziare un altro.”

In entrambi i suoi romanzi racconta le vicende in cui i protagonisti sono giovani uomini che, per motivi diversi, lasciano il posto in cui sono nati e iniziano il loro cammino di crescita per poi inevitabilmente tornare da dove sono partiti. Lei è nato a Pisa e attualmente vive a Milano. Quanto conta per lei l’attaccamento al luogo d’origine e quanto, secondo lei, anche se ce ne allontaniamo, ce lo portiamo dietro ovunque si vada?
“Penso costantemente alle mie origini, geografiche e letterarie. Così tanto che certe volte a Milano mi sento diviso a metà. Non è un caso che abbia ambientato sempre i miei libri in Toscana: perché è la terra in cui sono nato, che mi ha fatto diventare ciò che sono e che considero casa. Sarà così per sempre. Fin quando tornerò a viverci. Allora chissà cosa succederà… se mi sentirò ricomposto o se troverò la scusa per fuggire di nuovo.”
Quali sono gli scrittori che più hanno ispirato la produzione dei suoi romanzi e il suo modo di scrivere?
“Quando ero giovane è stata fondamentale tanto la scoperta di Niccolò Ammaniti quanto dei classici europei [Flaubert, Camus, Dickens]. Ora sono un lettore onnivoro. Mi concentro su un tema e un autore solo quando credo possa essermi utili per la scrittura di un nuovo libro. Per Randagi, ad esempio, sono stati fondamentali tanto Jack London e Joseph Roth quanto la grande tradizione toscana che va Tozzi e Cassola fino a Genovesi e Veronesi.”
Guardando al di là dell’attuale promozione del romanzo “Randagi”, ha già in mente qualche idea per il suo prossimo progetto? Visto che le sue storie si snodano in periodi temporali molto recenti, le sembrerebbe verosimile l’idea di scrivere una storia che ha come sfondo l’attuale pandemia?
“Non credo scriverò sulla pandemia. Nei miei libri mi piace disegnare un altrove, una via di fuga, cosa che al momento fatico a vedere nel presente. Di sicuro, però, farò un ulteriore passo in avanti, verso la contemporaneità. Una storia ambientata subito prima della pandemia, magari.”

Sui personaggi “randagi” di Amerighi aleggia una maledizione che colpisce gli uomini della famiglia. Riuscirà il giovane Pietro a salvarsi o scomparirà anche lui come i suoi predecessori?

Se vuoi scoprirlo non ti resta che acquistare “Randagi” e leggerlo tutto d’un fiato.
Ti aspettiamo da AltriMondi.

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